Il Cinefilo Errante

   "Avete mai confuso un sogno con la realtà? Avete mai rubato qualcosa quando tenevate la cassa? Vi siete mai sentite tristi? Avete mai pensato che il vostro treno si muovesse, mentre invece eravate ferme? Forse ero solo pazza, o forse erano gli anni Sessanta. O forse ero solo una ragazza interrotta."

 

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martedì, 26 febbraio 2008
 

ASTONISHED AND DAZZLED BY COINCIDENCES OF LIFE

5:14, ancora svegli perché la ryanair ha deciso di dirottare il tuo volo su un’altra città

Mentre voli, su un aereo colmo di italiani, e vorresti dannatamente tornare indietro, e soprattutto prima che il tuo volo dirotti verso la città sbagliata, accarezzi con lo sguardo le nuvole della sera, e tutto questo prima di arrivare a casa con un ritardo di tipo sei ore. Solo che mentre accarezzi quelle nuvole, con lo sguardo, pensi ad un certo discorso, che faceva più o meno così:

Nella vita ci sono delle certezze. Solo che alcune sono vere, altre false.
Almeno quanto vedo dalla mia finestra di vita personale.
Ad esempio, una certezza falsa per me riguarda il mondo dell’astrologia. Ho infatti una strana concezione circa i segni zodiacali, perché mi diverto a considerarli, in una maniera che ci tengo a sottolineare essere puramente inconscia, come dodici squadre. Dodici squadre che mano a mano impari a conoscere, delineando ciascuna caratteristica, imparando a distinguere le squadre più clementi, più concilianti e quelle meno, rispetto alla tua.
E cosi la squadra di cui tu fai parte. Ogni nuovo elemento è salutato con simpatia, perché le statistiche personali parlano di una naturale - più o meno - armonica sintonia che si instaura immediatamente, tra componenti della stessa squadra. Soprattutto guardando le statistiche dei componenti maschili.
Così, quando incontri un nuovo componente, oltretutto nato il giorno dopo il tuo, beh, non puoi che accoglierlo con un sorriso molto, molto più grande e caloroso. (anche perché indossa occhiali dalla spessa montatura nera, ha occhi azzurri, e viene da un sobborgo a nord di Dublino, e).

Ci sono poi le certezze vere, reali, concrete. Ad esempio questo: da anni ormai racconto alla gente la mia passione viscerale per l’Irlanda. E nonostante il coinvolgimento o meno dei miei interlocutori, le parole, si sa, possono essere anche solo contenitori vuoti, senza senso.
Solo che solamente oggi, sul finire di un febbraio, ho capito quanto questa passione, e il mio legame con Dublino siano davvero una certezza reale, per me. E non solo per la straziante lacerazione che sento ogni volta che calpesto il campo delle “partenze” dall’aeroporto di Dublino, mentre il caos delle voci italiane mi circonda.
Spesso ho trovato difficile esprimere questo vuoto, e dall’altra parte questo legame con questa città. Difficile da esprimere a persone che ti sono vicine, difficile da esprimere a gente che non ti conosce, come davanti ad una sconosciuta italiana, a Dublino solo per il weekend. E che lascia la città con un senso di delusione minuta. Per una città che non le ha comunicato nulla.
O semplicemente il fatto che è sempre impresa ardua tentare di portare, nel mondo complesso delle parole, un sentimento invisibile e astratto come la stretta interconnessione che corre sottile da ormai otto anni, e più, tra me e Dublino.
Così ho capito che non importa, semplicemente non importa.
Ma sono importanti le interconnessioni, e i troppi punti a croce che stringono il tessuto dublinese alla mia storia personale.

Così finisce che le certezze false si incrociano con le certezze concrete e reali. Perché il componente della squadra, nato un giorno dopo il mio, che porta occhiali dalla spessa montatura nera, e parla veloce, con accento dublinese, mentre esegue di corsa il check-in bagagli verso Londra, ad un passo dal mio check-in verso Forlì, diventa l’ennesimo tassello, l’ennesimo punto croce che stringe le corde del mio respiro, e le stringe e le tiene ferme e salde qui, lì, lì dove si guida a destra, lì dove si beve troppa birra, lì dove south park va in onda in tv doppiato in gaelico.

Perché mentre la gente lo riconosce e lo saluta, io penso solo che abbiamo una persona in comune che ha significato forse troppo nella mia storia personale, una persona che gli somiglia in maniera impressionante, disarmante ma reale, una persona che, in uno strambo senso, ci tiene vicini, nel buffo mondo dei 6 gradi (e spesso anche meno) di separazione.


sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 05:54 | commenti (3)


domenica, 17 febbraio 2008
 

I WILL CARRY THE MEEK

in ritardo, e le parole escono fuori come un fiume in piena perche` e` naturale. le parole accentate sfuggono, ma verrebbe da parlare in inglese forse colpa delle quasi 2 ore passate a chiacchierare con John Carney, il regista di "Once".
e difatti potrei anche smetterla di sentirmi a casa, ancora, qui, a Dublino, in Drumcondra. Potrei smetterla di ripetere quanto sono felice, soprattutto oggi. Ma la chiacchierata con Carney e` stato qualcosa di indescrivibile. Le mille parole sul cinema irlandese contemporaneo, su quanto ci sia da lavorare, e poi Dublino, su quanto sta cambiando, come lui la vive, sulle riprese del film, e sulla sua vita ordinaria di tutti i giorni. Non ho davvero parole. E non so se e` perche` amo ascoltare il suono di questa lingua, amo stare qui e imparare da ogni secondo, ma oggi parlare con lui e filmare questa intervista e` stato a dir poco emozionante. e domani volera` a L.A. sperando di portare a casa l`ambita statuetta.

forse potrei scrivere un miliardo di cose, su quanto sto vivendo. non so cosa stia accadendo in Italia, pero` ogni tanto do un`occhiata a sky news. e` come stare in un acquario e sentire solo la sensazione meravigliosa dell`acqua, tutto scorre e sono solo una serie di sensazioni che continuano, si susseguono, mentre le parole inglesi spingono via quelle italiane, mentre io mi perdo tra le nuvole, tra i titoli dei giornali entusiasti per il nuovo coach Trapattoni, la politica irlandese, questa frenetica caotica dispendiosa nuova vita dublinese.
e poi la musica, e le connessioni musicali che passano da dargle road e vicinanze. Gli amici ham sandwich che hanno finalmente fatto uscire il loro primo album, e poi Glen Hansard. ah, glen hansard.

no, ho solo pensieri e parole stupide. aspetto la cena, fame terribile, buffo diario di bordo. Solo che mi sento sempre meno turista, e sempre piu parte - stabile - del tutto.
sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 20:25 | commenti (1)


lunedì, 04 febbraio 2008
 

INFORMAZIONE DI SERVIZIO, O

Post di Informazione Pubblicitaria


È giunta richiesta, e io eseguo.

Ogni venerdì sulle frequenze, per Bologna e provincia, di RadiocittàFujiko (fm 103.1), all’interno del programma Talk Radio, c’è l’appuntamento settimanale con le uscite al cinema, i consigli di buona e cattiva visione, e novità sui festival di cinema, in Italia e non. Dalle ore 19.15 alle 19.45, circa. Che dire, uau.
Il tutto condotto da me.

La rubrica si chiama “Paura in palcoscenico” in timido omaggio al buon Hitch.
E se per caso non siete a Bologna, o a quell’ora non avete a portata di mano una radio, si può rimediare. Come disse qualcuno “Si-può-fare!!!”.
Basta andare qui, sull’archivio della radio, e selezionare giorno e ora della trasmissione scelta.
(i file contenuti nell’archivio sono in formato ogg ed mp3. Ma il formato ogg è migliore. I codec per il formato ogg, nel caso, sono disponibili direttamente dal sito).
Purtroppo le puntate in archivio restano a disposizione sul sito soltanto per una settimana. Se insomma vi passa di mente, poco male. Avrete perso i consigli della settimana, ma sono sicura che il vostro angelo custode continuerà a vegliare fedele sul vostro cammino.

Ok, da spiegare era complicato, ho fatto del mio meglio. D’altronde non sono un ingegnere, sono solo una pallida donna di lettere e di arte. Anzi, non sono un informatico, e forse sono dotata di meno sarcasmo. (chissà....)


sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 01:29 | commenti (1)


sabato, 02 febbraio 2008
 

I AM A LONELY TRAVELLER


E anche i bilanci se ne sono andati. La vita corre veloce, e io non ho più tempo e voglia per trasformare in parole scritte i miei pensieri, quanto mi circonda.
E invece una volta amavo così tanto vedere tradotte in asettiche sequenze di lettere, tutte le mie emozioni e poi quei vortici instabili di accadimenti. Perché è così difficile da esprimere, ma le parole per me sono sempre state un terreno di gioco completamente al di fuori dal mondo; un campo neutrale, e meravigliosamente ovattato da dove poter osservare meglio qualsiasi cosa.
Forse perché questo momento è così tanto carta vetrata strofinata contro il mio viso, così tanto che la distanza tra me e gli altri diventa Qualcosa, un velo. Forse solo una fotografia potrebbe mostrarlo al meglio. Perché sfugge, completamente, alle parole.

Quando esci dal braccio protettivo universitario, e ora potresti fare qualsiasi cosa. Quando hai un obiettivo che ti lega a Bologna, all’Italia. Quando hai un futuro che hai sognato per quasi cinque lunghi anni, e ora è lì davanti a te che ti aspetta. Un futuro parcheggiato su una mensola lontana, ora precipitato con foga ai tuoi piedi. Un futuro che non ce la fai ad aspettare, e allora perché non passare una porzione di febbraio, di nuovo, a Dublino?
I dubbi, non sai perché, sono così tanti così bizzarri da annullare in maniera disarmante qualsiasi definizione.
Eppure mesi fa, in quel Lì, mi sembrava di respirare un’infinita varietà di respiri. Respiri diversi, sfumature diverse. Qualcosa di chiuso, parzialmente, qualcosa che dovevo riaprire.
Ora. Ora che le prospettive si sbriciolano, secondo dopo secondo, diventano scie di fumo e non riesco a capire dove ogni linea termina il proprio corso, dove e come i fili che sfilacciano, dove poi si scompongono. Lentamente, verso l’insieme degli oggetti, e delle cose.

  mentre qui la realtà, la realtà supera la fantasia.

E quando i fili si confondono, le scie di fumono si perdono, non so cosa rimane. ho davvero poche risposte. Ho forse 12 giorni in cui prendermi una sorta di vacanza e staccare i remi e guardare il resto accadere. Non riesco a trovare le risposte, e non riesco a non vedere me stessa passare attraverso le forche dell'autodecostruzione. è una routine che mi coglie senza armi, ormai sorrido. Sorrido a questi tourning point della vita, sorrido pensando ai gap linguistici. e lo faccio alzando l'intonazione, verso la fine della frase. Lo faccio mentre mi spiegano le regole del calcio gaelico. Mentre non riesco nemmeno a comprendono cosa e dove siano i sentimenti.
O quando le parole si fondono l'una con l'altra, oppure cozzano incredibilmente l'una verso l'altra, e ho il rumore del mare nel sottofondo, ma non riesco a vedere ancora la prospettiva giusta.

Non riesco a trovare, ancora, la luminosità giusta.


sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 21:05 | commenti (5)