LOST IN MY POST
Il vero elogio emozional-patetico che avrei voluto scrivere nella mia tesi, ma l’editor del buon senso cerebrale mi cestinò:
È fatta. Manca ancora un pezzo, Il pezzo finale, ma il primo passo è andato. Ho la nausea di word, per il resto tutto ok. Tutto come al solito.
Non ho la nausea dei film e di tutto quanto ruota attorno al cinema irlandese, e la mia tesi è lì a guardarmi. Non ho altre risposte che un sorriso.
Di indescrivibile respiro emozionale. Questo tuffo nel cinema irlandese contemporaneo.
E quando poi la realtà attorno ti risponde
Quando leggi sui giornali che un film irlandese ha vinto al Torino Film Festival, e sorrido, perché penso a quel venerdì pomeriggio in cui io e John siamo andati a vedere “Garage” all’irish film center.
Sorrido perché “Garage” è spiazzante, è il silenzio della profonda e sperduta provincia di campagna irlandese, dove non succede niente, e dove c’è, come in ogni altro villaggio, lo scemo-del-villaggio. Quello che prendono in giro tutti, quello di cui tutti, più o meno velatamente, hanno pietà. Succede poco, quella che viene raccontata è una realtà minuscola e incredibilmente sottile, l’incredibile e indescrivibile solitudine di un uomo, che è considerata –ok- lo scemo del villaggio, ma in realtà il suo universo interiore è semplicemente diverso, lievemente distorto dai canoni tradizionali. E soprattutto l’attore che veste i panni del protagonista, si chiama Pat Shortt, è in irlanda è un idolo della comicità. È un uomo che sa far ridere. Ma in “garage” è quello che non ti aspetti, e soprattutto attraverso una fisicità perfetta, rende a pieno il disagio di quest’uomo, nel film, rende a pieno la sua solitudine sopportata, acquisita, vissuta come parte della quotidianità.
Non è un film semplice, ma sono felice del premio a torino perché è il regista, Lenny Abrahamson a meritare attenzione, soprattutto per il suo primo film, “adam & paul”. Che consiglio di pieno e tutto cuore.
E poi c’è “Once”. Quel “Once” di cui ho scritto in dieci pagine di profondo e intenso coinvolgimento, nel capitolo finale della mia tesi. Quel “once” di cui tanti mi avevano parlato, prima di vederlo finalmente. Quel “Once” che sta facendo faville in tutto il mondo, specie negli Stati Uniti, e che racconta la storia più banale del mondo, l’incontro tra un ragazzo e una ragazza. Ma lo fa per le strade di una Dublino che, so di essere di parte, ma emerge in tutta la sua più disarmante autenticità. C’è la musica, tantissima musica in questo film. Lui è Glen Hansard, lui è il cantante dei The Frames, lui è il ragazzo del film, e lui prima del film aveva anche inciso un album con la protagonista, del film. Loro cantano, e tanto, ma non si spiega perché, questo film poi ti risulta meraviglioso. La colonna sonora è densa ma non straripante, le canzoni che i due cantano sono accuratamente dosate e distribuite con orecchio attento, no sbavature. Ma non si sa perché questo film poi ti rimane incollato dentro. Ti fa amare ogni nota di quelle canzoni, e ti fa pensare a tutti gli incastri sentimentali che hai risolto o non risolto nella tua vita. E soprattutto, ti causa una fitta di intensa gioia così precisa, dentro, che hai immediatamente voglia di consigliarlo a chiunque, quel film.
ma soprattutto quel "Once" che presto uscirà in Italia, visto che è stato comprato da una casa di distribuzione italiana. (finalmente)
Ah, l’irlanda. Se google mettesse un motore di ricerca apposito per tutte le parole da me dette, scritte, e pensate nel solo ultimo mese, ah-che-risate, ah-cosa-ne-verrebbe-fuori. Se digiti irlanda, ti comparirà un numero spaventosamente grande. Di tante, ma tante cifre.
Ah, quante cose scritte, quanto su dublino, sull’irlanda.
La frase più bella, però, è di un genio che, sinceramente, adoro tanto. L’irlanda, oltre i comuni stereotipi, fatevelo dire, è terra di simpaticoni e di gente che fa davvero un sacco ridere. Comici. Gente che fa semplice comicità nei comedy bar accanto a dame street, o gente che fa satira, gente che riempie i teatri, e mi fa morire dal ridere ogni volta che li vedo in tv.
Ma certe inclinazioni personali funzionano anche all’estero. E io amo la satira, amo, molto banalmente, guardare meglio la realtà attraverso il filtro di una risata.
E tra i vari comici irlandesi che adoro, c’è Andrew Maxwell, un uomo che una volta ha detto una frese che diceva più o meno così:
“Irish people love Muslims. They have taken a lot of heat off us. Before, we were the terrorists but now, we're just the Riverdance people.”
So che non tutti capiranno arrivati alla parola Riverdance...beh, documentatevi. Potrei spiegare che questo è una spcie di super musical spettacolo in altissimo stile che negli anni ‘90 ha portato le classiche, tipiche, un po’ stantie e impolverite danze tradizionali irlandesi, su un palcoscenico internazionali. Ballerini professionisti, luci, colori, scenografie mozzafiato, e chi più ne ha più ne metta. E poi, soldi e fama a palate. Insomma, se nominate la parola ‘riverdance’ in giro er l’irlanda, o negli stati uniti, vi sorrideranno. È letteralmente un fenomeno.
Ma fondamentalmente, questa, è una frase che significa tantissimo. Se avete un minimo di familiarità con la storia irlandese, se conoscete irlandesi.
Avrei tanto voluta metterla nella mia tesi, ma...
Ah, e se sempre sulla mia personale versione di googlez mettete la parola “neuroni” vi verrà fuori solo un indirizzo. Indica un’isola sperduta del pacifico: tutti i miei neuroni sono andati in vacanza, da un bel bel po’.