QUANDO LA CINEFILIA CI PRESE DI COLPO, E CI PORTO’ VIA
E del perché, fondamentalmente, Quentin Tarantino ha sempre ragione
Saturazione & salvezzanon ci sono film interessanti da vedere. A parte l’avventura di maghetti in british style. È il luglio inoltrato dalla desolazione infima; Bologna che assomiglia sempre di più a un phon surriscaldato, perennemente acceso, e l’aria calda che avvolge psiche e pensieri. Finalmente in vacanza, finalmente un attimo di respiro libero da ansie e scadenze e corse generali. Ma quell’aria calda emessa dal phon che rende vano e infinito qualsiasi movimento. Si passa attraverso festini di arrivederci, grovigli di desideri. La pozzanghera del lamento vibra di costanti impulsi, e sarà una torride estate in attesa di
Del perché è giusto, e del perché è vero
Tarantino torna a parlare del cinema italiano, dopo la tavola rotonda di Cannes dove annuì, sotto domanda di giornalista-italiano circa la tristezza del cinema italiano. È vero, c’era anche da contraddirlo, effettivamente qualcosa di sano si salva, si possono contare su una mano, ma gli autori ancora resistono in italia. Quelli di un certo livello ed esperienza, quelli maturi per intendersi, e le tra-virgolette nuove leve, la triade sorrentino-crialese-garrone che sfuma ai lati ricordando saverio costanzo, e pochi altri.
Tarantino torna a parlare del cinema italiano, e sebbene aggiusti un po’ il tiro di attacco, l’opinione di base rimane quella. Ed ha spudoratamente ragione. Ed è come non ammettere che la camicia che indossiamo è bianca. Perché è bianca. E lo sanno anche gli alberi che il cinema italiano all’estero zoppica e soprattutto non si fa sentire, che ormai il livello generale è appiattito, soprattutto considerando che la media di film prodotti in italia all’anno è davvero bassa rispetto ad altre cinematografie. Che dire? È la verità. Scaviamo il fondo, lo raschiamo e teoricamente dal fondo non puoi far altro che risalire. Ma non è menzogna riflettere sul fatto che dal cinema orientale perle luminescenti di pungente originalità saltano comunque fuori. Mentre dal cinema italiano....
Cresceranno i biscottivitasnella al lido?
Mi si scuote il pensiero. Si scosse il pensiero, un giorno di luglio, un giovedì di luglio. Quelle giornate che brillano di luce propria e sorridono di forza propria ed inaspettata. Il Lido di Venezia è un posto piuttosto scialbo durante tutto l’anno, sì è vero, i veneziani più coraggiosi prendono asciugamano e costumino, salgono sul traghetto e si dirigono al lido per prendere un po’ di sole e fare bagnetti, ma è risaputo, il Lido di Venezia non è certo la meta dei sogni di tutti noi. Eppure, sul finire di agosto accade ogni volta qualcosa di portentoso e affascinante, nutriti gruppi di uomini e donne dirigersi al lido, nutriti gruppi di uomini e donne diventare scemi per trovare un posto in cui dormire, in quei giorni, al lido. Quei dodici – circa- giorni di ordinaria fatata follia. In cui l’universo si scuote, e il baricentro festivaliero diventa un angolo di mondo normalmente scialbo e sbiadito. E il tutto diventa un oceano di colori, un oceano di lingue ed esperienza. La biennalecinema, direbbe qualcuno.
Quest’anno si torna. per il quarto anno. Lo sguardo si inclina verso emozioni e polaroid ben definite, incastrate, ormai quei dodici – circa- giorni sono l’iconografia di una parte del mio anno biologico-emozionale.
Il primo anno ci giunsi per lavorare: dormivo alla giudecca, e ogni giorno il traghetto giudecca-lido era il cartellino timbrato del mio orgoglio pendolare. Il primo anno e poi tarantino. E poi l’incontro con Tarantino, e i martini free a profusione.
Il secondo anno era di nuovo l’orgoglio pendolare, ma non più sola. Quando la cinefilia faceva dormire in un ostello tre parti di un’unica fetta d’amicizia, e il vedere film e respirare l’aria di una cittadella di solo-cinema era la quotidianità bevuta in maniera sciolta, esattamente come lo spritz all’aperol delle sette di sera.
Il terzo anno fu il mascherato impegno lavorativo. Il colore dell’accredito al collo cambiò, virando vertiginosamente verso il blu. Chi ne sa, ben intenda. Un sorriso marcatamente malizioso e autocelebrativo scorreva nelle vene, condito Ma da un’insolita sfumatura di insoddisfazione. Perchè? perché il mistero è donna. Perché quei dodici giorni sconvolgono il palinsesto delle relazioni umane. Perché faceva storcere il naso il modo in cui la gente iniziava a parlarti, poggiando lo sguardo per prima base su quella tessera incollata al collo, sul colore di quella tessera incollata al collo. E poi il resto. Ma il restononimportavagranché. Il resto personale era il capovolgimento di rotta, era perché finalmente avevo lasciato alle spalle la grammatica del pendolare veneziano, ora finalmente avevo poggiato il mio piedino ma soprattutto le mie valigione su suolo lidense. E ridente fu il soggiorno. Quando da casa al casinò trascorrevano 5 bucolici sognanti minuti di passeggiata soave.
Il quarto anno, invece, è raggomitolato sorridente sulla porta. Incredulo sopracciglio inarcato che nemmeno pensava di tornare. Ma è solo il sopracciglio inarcato sorridente, un’altra casa ma sempre al lido, l’attesa febbricitante e soprattutto il vorticoso pensiero che quest’anno si tornerà a lavorare. In maniera diversa dal primo anno, quest’anno si farà sul serio. Quotidianamente battendo le dita, ritmicamente sul tavolo, si lavorerà eccome, facendo informazione e chissà quanto. Altro.
Con un nuovo colore appeso al collo. Se le carte non sono cambiate, quest’anno sarà il Giallo orangino a svegliarmi il mattino, e un Tarantino di ritorno, a elargire amore per il western italiano.