
LA MILANESE CHE SALì LA COLLINA E SCESE DA UNA MONTAGNA
E ancora tutti, suppongo, sappiamo cosa possa significare staccare e andare a prendere aria al mare, o in montagna, o in una città super caotica, o in una città che negli ultimi anni ti ha segnato abbastanza profondamente. Per ragioni diverse, per intersezioni strane.
Così, i rimasugli torinesi delle olimpiadi invadono il mio campo visivo mentre arrivo verso il cuore pulsante di questa città.
E, poi. Non so se sia quel fare algido, o i lunghi e larghi viali alberati. Le tracce d’artista e le Luci d’artista che invadono le strade, le piazze. La realtà è che il Torino Film Festival si perde tra tutte queste tracce luminose, tra tutta quell’arte contemporanea che amo, che inseguo e che in questa città sembra quasi inseguirti. Tracce di arte contemporanea che zampillano ed è quasi incredibile, poi, tornare a casa, tornare a Bologna e rendersi conto di quanto questa città abbia da imparare, in fatto di estetica ed arte, dall’attuale Torino.
E, in mezzo a tutto questo, in mezzo a persone che si sono appena trasferite in città, sotto ad un cielo grigio-ghisa è davvero spiazzante il mio rimbalzare tra i film e soprattutto tra certi discorsi. Tante persone, troppe persone, mi chiedono come faccia a resistere ancora e vivere, ancora, a Bologna. Ma Bologna è così inflazionata? Cos’è successo, mi chiedo. E non ho voglia di darmi intelligenti risposte. Perché sono troppo impegnata a cogliere il senso di un festival sempre più eterogeneo e spaccato. Spaccato tra il portare agli occhi di più spettatori possibili, opere prime o seconde di giovani autori, ampie e curate restrospettive di maestri come Aldrich o Chabrol e opere personalmente discutibili e opere decisamente piacevoli, come “The Guatemalan Handshake” che ha vinto il premio per la miglior regia. E chissà se raggiungerà le sale italiane. Me lo auguro. Di film che raccontano la provincia americana ne abbiamo fin sopra le orecchie; ma di film bizzarri, strambi, originali e dissacranti, forse, non ne abbiamo mai abbastanza.
Per il resto mi rendo conto di aver perso cose interessanti, che il mio tempismo mal si accorda alla programmazione festivaliera, e che Torino finisce sempre per rendermi un po’ arida, un po’ asettica, un po’ troppo vuota e senza parole.

Ma workshop a parte, tecnicismi a parte, succede anche di fare conoscenze improvvise, non tipicamente torinesi. È qualcosa di così trasparente e colmo di sfumature da essere davvero arduo da spiegare. Quelle cose che accadono nei film, che non hanno spiegazione, e funzionano nel terreno filmico perché vogliono esprimerti la magia, e non la razionalità. Nella quotidianità invece non è così.
E invece, proprio mentre non vedevo l’ora di andare e allontanarmi dalla città dei gianduiotti, accade di conoscere le classiche eccezioni, quelle che remano contro le tradizioni di un posto. Capita di conoscere persone che ti fanno riaffiorare il sorriso, il sorriso più bello e intenso. Quel sorriso che di solito proprio in quella città perdevi.