Il Cinefilo Errante

   "Avete mai confuso un sogno con la realtà? Avete mai rubato qualcosa quando tenevate la cassa? Vi siete mai sentite tristi? Avete mai pensato che il vostro treno si muovesse, mentre invece eravate ferme? Forse ero solo pazza, o forse erano gli anni Sessanta. O forse ero solo una ragazza interrotta."

 

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venerdì, 28 aprile 2006
 

COME UN TONFO

It was quite nice to be press

E anche i festival finiscono. e cade un pezzo. lo sento cadere e sbattere per terra. mentre lascio Torino. La mia prima esperienza come ‘press’ è scivolata via senza fare rumore. ho adempiuto forse così poco e parzialmente al mio dovere da sentirmi lievemente e personalmente infastidita. ma è una sensazione pruriginosa e labile.
In realtà è l’animo descrittivo ad avere la meglio, mentre cerco di confezionare un pezzo riassuntivo/conclusivo su questi sette giorni. penso solo che ho visto forse troppi pochi film. che mi sono fatta frenare dal mio animo suscettibile e umorale.
Mi chiedo poi come sia possibile che abbia vinto (il premio del pubblico) un film tecnicamente inguardabile. e brutto. forse sono afflitta da febbre-gialla-da-critico.
Il punto è che per goderti un festival non devi andare solo. è fondamentale un punto di appoggio per paragoni, confronti, scambio fidato di idee e punto di vista esterno, come equilibrio al proprio.
In realtà è la solita questione: trovare il giusto piglio. e deviare dal proprio passo le giornate storte.

Così è venerdì, e tiro le tende su un’ennesima trasferta. su un piacevole distacco. io e la mia rumorosa inclinazione descrittiva in viaggio a Torino. e sfoglio l’album dei ricordi: la stanza che mi ha ospitato, il balcone. lanciar fuori lo sguardo e cadere con gli occhi in quel cantiere aperto che sono i binari della stazione di porta susa. il silenzio di un tram che scorre.
Non so ancora spiegarmi perché questa città risuoni così densa, ogni volta, nella mia testa. forse perché dentro certe mura, dentro certi marciapiedi, dentro i viali lunghissimi e alberati, lì, c’è ancora qualcosa che ho lasciato e dimenticato. e non catalogato.
Di certo lasciare Torino e tornare a Bologna è stato come inciampare su un terreno bagnato, inciampare e poi crollare, con il gomito nel centro di un vetro, pronto ad aspettarti. cozzare contro la lasciva, semplice, accozzaglia bolognese. tuffarsi all’indietro, e trovare un prato verde morbido.
E almeno i film. se è vero, come ripetono molti miei neuroni, che il cinema è la cosa più bella del mondo. almeno i film, e invece a parte “Le temps qui reste” di François Ozon e “Happy Endings” di Don Roos, rimane poco e nulla. strade impolverate, semafori rossi. un locale trash nel quadrilatero romano.

Poi accade che gli ingranaggi riprendono a funzionare, con più o meno salace scorrevolezza: vai a pranzo con un’amica francese che non vedi da infinitevoli mesi e paga lei. cioè, pagano i gentili buonipasti-olimpici). ricevi foto e lettere da una preziosa amica, appena volata a Yale.
passi quasi sette giorni di torrido sole torinese, arrivi a Bologna e piove. drammaticamente, piove.
passi quasi sette giorni di grigio perlato e denso di ricordi, arrivi a Bologna ed è mare. caldo denso e accogliente mare nel quale rituffarti.

Aspettando che la sabbia si incolli ai piedi bagnati. tra le dita dei piedi.

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 20:14 | commenti (2)


domenica, 23 aprile 2006
 

QUANDO VORRESTI TRASFORMARE IL ROSSO IN BIANCO

You are a runner and i am my father’s son

Forse tutto è iniziato da una pubblicità. Di una nota marca di scarpe. E un irriconoscibile Eric Cantona. Non so quanti anni avevo, ma era l’epoca del grande Manchester, la sua maglia rossa, e il colletto bianco alzato. Non so perché, ma io adoravo Eric Cantona.

Le vecchie passioni.

E poi Torino vista da una finestra.

Quando finisco per un po’ di tempo in un’altra città, non so perché, finisco col fare della sociologia spicciola. Perché ci vuole del coraggio, e bisogna saper imparare a vivere in una città vera. grande. multistratificata, cosmopolita, sotterranea, ambigua. introversa.

Forse perché dovrei parlare, scrivere, di festival, di film, di originalità, di rilevanza, elementi di valore.

Invece i miei occhi vedono solo una città che scivola via, lungo i binari dei tram. tra il verde di un parco. Negli incroci. Nei grandi viali. Nelle borse della spesa che salgono e scendono da un autobus, nella multietnicità. Sfumature, occhi, colori diversi che si alternano attorno. È una città che raccoglie un sole caldo, che mi stupisce. E mi pare strano essere a Torino, e il sole. E non neve che cade, al di fuori di una finestra, nel mattino.

I miei occhi vedono una città rivestita, di rosso, soprattutto. Rosso il colore di Torino, capitale mondiale del libro. insieme a Roma. I miei occhi che vedono sentono le voci, Torino che diventa, a detta di molti, di moda. Torino che va-di-moda. E non si tratta di una città che semplicemente si risveglia, ma è solo che finalmente le hanno dato la possibilità di esprimersi.

 

Ma ciò che si nasconde, nel tessuto connettivo di una città, a volte, è meglio dimenticarlo. Dimenticare le insenature di una rete così fitta, arterie che si fondono, si confondono, mentre mille auto si incastrano agli incroci, e tutto sembra così labile e quasi invisibile. Mentre torno, verso la mia temporanea casa, è come se tutto fosse così labile e impercettbile. Come lasciar cadere un ago, in un pagliaio.

 

Così, infine, tralasciando ogni aspetto emozionale ed empatico circa il mio ego e questa città,  passando attraverso retrospettive e sperimentalismi vari, approdo, come fosse la cosa più naturale del mondo, come acqua che scorre, approdo a quell’essenza del cinema. Approdo ricordando un film visto oggi. “Le temps qui reste”, l’ultimo film di François Ozon. Come una perla che rimane tale, e rimane brillando, anche nel più umido e introverso pomeriggio.

Un film di semplice, trasparente, graffiante bellezza. di profondo respiro, di pesante sublime emozione. Una spina nel lato destro del cervello. La delicatezza con la quale Ozon posa il suo sguardo cinematografico in dettagli che trasudano bellezza.

 

mentre la notte nordica si spegne. e consuma la mente

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 02:26 | commenti (4)


giovedì, 20 aprile 2006
 

POI

e poi si torna alle cosacce serie. Il tempo che è indefinito, il giorno sempre più caldo. le notti controverse, gli eventi che si accavallano. Concerti, film, festival. un surplus di parole, immagini, concetti.

Forse per questo amo consigliare alle persone di cambiare aria, di tanto in tanto. Se poi c'entrano impegni professionali, beh, forse è un altro conto. Ma in generale cambiare aria è sempre salutare.

Così non basteranno gli eventi generali, i vari satelliti che saltellano attorno. tutte quelle splendide cose che mi perderò. A tutto, si sommerà l'aria algida e che trasuda ricordi di una gentile, altera signora chiamata Torino. agli impegni professionali, sommerò con matematica sublime gioia il gusto che si assapora percorrendo soli un'altra città, il gusto di trovare l'arte che riposa, l'arte che si mostra. Il gusto di dire che avevo voglia di una vacanza culturale. e sebbene il pretesto sia comunque culturale, mi vivrò la mia mini-vacanza culturale. e Torino diventa capitale mondiale del libro, e oltre agli interregionali Bologna-Milano, ora non esistono più nemmeno gli interregionali Bologna-Torino.

l'inutilità, della banalità.

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 03:27 | commenti


venerdì, 14 aprile 2006
 

story.berlusconiposter.ap

QUESTI GIORNI UN PO' COSì

ciò che è accaduto in questi giorni, in Italia, è quanto di più strano ed alienante. Non mi sono mai sentita italiana, in tutti questi anni. Non mi sono mai sentita così non italiana, come in questi giorni.

Non riconoscersi, in un paese che è cambiato troppo.

Sentire, troppe volte, persino nei meandri della propria mente, la volontà accesa e sempre più pulsante di trasferirsi altrove. All’estero.

Questi giorni alienanti. Ritrovarsi ieri sera in piazza maggiore a festeggiare una festa che non aveva, non ha reale senso di essere. Ritrovarsi in tanti senza nemmeno la forza di essere davvero felici. La vera gioia, forse, è rendersi conto. Che un capitolo nero, ridicolo, impunito è andato. 

Siamo un paese che corre sempre più velocemente verso il baratro. in questi cinque anni il pendio si è fatto decisamente più ripido. Risalire e ricominciare a respirare non è così semplice. Ma almeno non abbiamo timbrato il biglietto verso una probabile morte.

Vedere il proprio paese scemare, lentamente. Mentalmente. Ho sparso mille parole e mille discorsi in questi giorni. Vedere i nostri vicini francesi, con ancora la forza di urlare e scendere in piazza, insieme e protestare. E ottenere. Noi non abbiamo più nemmeno la forza di scendere in piazza. Il coraggio di protestare. Forse questa è la cosa decisamente più alienante.

E, con ampie bracciate, percorrere ad ampi sorsi ogni lettura di quotidiani esteri possibile. Ci stiamo sbriciolando, poco a poco. E forse è solo acceso e pulsante pessimismo, ma trovo assurdo osservare come ancora troppe persone puntino al non ascoltare ciò che dal di fuori gli altri vedono. Come il mondo ci guarda, come sbricioliamo lentamente. E questa sindrome al non ascoltare, al vittimismo più elevato, noi vittime del pregiudizio straniero, merda! tutto questo ha il sapore dell’autarchia, signori.

E invece è solo un paese che mostruosamente decade, nelle sue costanti e incredibili trasformazioni. E lacerazioni.

 

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 02:29 | commenti (13)


lunedì, 03 aprile 2006
 

CHIEDO PERDONO, ALLA CORTE SUPREMA, PER ESSERMI ASSENTATA DALLA MIA VITA.  

Ma ero troppo impegnata a guardare il mondo, da una graticola

Ci sono momenti nella vita dove dovresti fare troppe cose. Momenti dove parli e nessuno ti ascolta. Momenti dove scrivi parole inutili. Momenti dove ti appropri del tuo spazio per dire cose che riguarderanno circa duecento persone. E basta. I momenti in cui realizzi che le cose accadono. momenti che a volte la gran parte delle persone ritengono così sfuggenti e sfuggevoli. Momenti in cui le cose convergono, gli astri si scontrano. E pensare cosa dire, o non dire qui, pensare che è da tempo che non scrivo perché non ho più avuto tempo. Nemmeno per adempiere a Veri doveri. Pensare che tutto questo non interesserà nessuno, cosa sarà giusto dire, cosa serebbe meglio dire, assomiglia, a lungo andare, ad un film metacinematografico.

 

Maledettamente, meravigliosamente terribilmente cinematografico.

Un po’ come l’ultimo film di Moretti. Perché anch’io ho visto Il Caimano e potrei parlare per ore, scrivere pagine e pagine, riportare le discussioni di ore che hanno caratterizzato i miei ultimi giorni, discussioni lunghe ed articolate sparse per marciapiedi, per tavoli di un bar. Invece ci sono i momenti in cui non ho voglia di stare a spiegare perché una sera di marzo, guardando il primo piano di Nanni Moretti in un auto, alla fine di due ore di film in cui ho applaudito alla verità, in cui ho riso davanti ai camei di attori e registi e critici(!!!), davanti ai ritorni di stilemi e caratteristiche storiche morettiane, ebbene davanti a quel primo piano in auto, verso un tribunale, io ho pianto. Quasi pianto.

Perché la sintesi è l’arte dei pregevoli, e questo film è da vedere perché è l’Italia degli ultimi trent’anni. L’Italia di chi, come me, è cresciuto con la tv dei colori e dei  pochi stracci addosso, l’Italia dello sporco, l’Italia odierna che si nasconde dietro le fiction che assomigliano a quel ‘cinema dei telefoni bianchi’ che decorava la patina fascista, quell’apprezziamo il nostro piccolo io borghese, quel ci sono solo io e la mia famiglia e i miei problemi di cuore, il resto, un uomo che ci abbindola e ci conduce verso dove vuole lui, il resto, non importa. L’Italia che si trova a errare per le strade notturne, e d’improvviso una nave enorme. Ammaliante, a m m a l i a n t e. e la segue. Ed arriva al fondo oscuro e perso, ai bordi di un oceano senza limite. Nell’oscurità. Di un paese che non vuole guardare la verità, che non la cerca. Incastrati nel nostro piccolo io. Il film di Moretti è perfetto. Anche solo considerando il fatto che ci vogliono film così, per parlare di cose così. Visto che la critica cinematografica, per grazia o mala sorte, è nota come quella fine arte che chiunque può imbracciare e, con impeto e maestria, eseguire.

Ci sono i momenti in cui il metacinema si dissolve. In cui riscopri il piacere di parlare di un film. Perché parlare di cinema è aggregante. Perché il cinema sono persone. Momenti in cui metti in discussione quello che stai facendo. Come una sottrazione, vedi la tua vita, ed eccetto gli esami, resta un nome. Scappare da se stessi ha sempre una certo dolce, piacevole sapore. A parte le fughe, rimarrebbero quei sottili e impercettibili momenti da esaltare. Quelli che di solito si lasciano andare via, insieme al fumo, alla polvere. Vedere il tuo nome alla fine di un articolo, dentro una rivista che stai toccando con le tue dita. Passare due/tre settimane di pura follia, rimbalzando ossessivamente tra feste di laurea, discussioni, organizzazione di eventi e :”tu, prepara un video”. Rimbalzare dentro i meandri di un programma di montaggio. Fa impressione, passare mesi a disegnare cerchi nell’aria con le dita, chiamando fuori ‘se’ e ‘forse’ e anche dei ‘mah-magari’, e poi d’improvviso creare qualcosa. Dal niente, concretamente.

Non è il passaggio verso la buonanotte, essere fottutamente felici è una sensazione che raschia il fondo della mente, ti fa quasi chiedere perché e ora poi e ora che accade.

Il punto, dannazione, è sempre quello. più che punto, ambizione. Il dare emozioni. Riuscire a trasmettere a sconosciuti una serie di sensazioni, attraverso dei mezzi.

Che sono stati parole, e forse lo sono ancora. Ma. da ieri. Ieri sera. Questi mezzi sono diventate immagini. In movimento.

e chiudo la parentesi, iniziata con quelle visioni circa un corto, terminata col la creazione di una sorta di videoclip-installazione. iniziata con le graticole e le cose lasciate indietro. 

chiusa la parentesi. evviva la notte.)  

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 20:23 | commenti (6)