Il Cinefilo Errante

   "Avete mai confuso un sogno con la realtà? Avete mai rubato qualcosa quando tenevate la cassa? Vi siete mai sentite tristi? Avete mai pensato che il vostro treno si muovesse, mentre invece eravate ferme? Forse ero solo pazza, o forse erano gli anni Sessanta. O forse ero solo una ragazza interrotta."

 

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sabato, 31 dicembre 2005
 

UN ANNO ASIMETTRICO E DALLA TEMPISTICA PECCABILE

 

Stare in una regione così fredda non aiuta. In questo periodo. Pensare ad un intero anno passato, invece, è qualcosa di troppo facile e scontato. Bisogna ammetterlo.

Invece sto solo passando due settimane a casa. Con cumuli e cumuli di neve là fuori, in giardino. Con meno undici gradi. Con un anno dal numero nuovo che arriva. Con cose che finiscono o che si fermano. In stallo.

è inutile, non riesco a scrivere. Scivoli di ghiaccio si sono formati nei sentieri, nella mia testa. Un po' come è accaduto qui fuori, nella strada fuori casa. L'inutilità dell'incedere, del semplice, banale non riuscire a spiegare.

Sarà che questi giorni vengono percepiti dalle mie papille gustative come una matita temperata. Continuamente temperata fino ad arrivare al nulla, della materia. Come un limare, ma qualcosa che non vedo. che non so.

Vedo film, vecchi o film a caso. Una specie di sete inconscia che mi ricorda quando erano secoli fa, e un film per me era semplicemente un rifugio in cui entrare e nascondermi da tutto. Dimenticare il resto, lasciarsi inglobare. Poi venne solo il cinema in formato tascabile. I libri, la biblioteca di lettere e filosofia, le risate. Le persone. Giuste. le lezioni con 200 persone. E poi 50, e poi 20. e poi le tesine, le discussioni. I film visti ad occhi socchiusi perché era troppo presto ma troppo tardi per un esame imminente. I dizionari di cinema. E poi. Il mondo del cinema. Le persone. Note di produzione. I festival. Le anteprime. Lo sguardo impuro, insomma.

Ma sono felice di aver scelto di fare l'autopsia di ciò che amo. Il cinema.

E sono felice di aver quasi cucito e concluso questo strambo anno, con una gita a Torino. Con una personalissima e voluta e meritata immersione nell'arte. In quella porzione di come un quadro che è così sublime, agli occhi di un estraneo, che è il parco del valentino e all'interno, la mostra su Robert Mapplethorpe. Mapplethorpe. Non trovo ancora le parole giuste da incanalare, ma una mostra ben fatta, ben strutturata. E poi, beh, Mapplethorpe. E un frammento della disseminata T1, TriennaleTorino. E un nome su tutti, Takashi Murakami. Genio.

 

E poi. Quest'immersione. Da carta di zucchero. nell'arte contemporanea. Negli immensi ritardi della stazione centrale, a Milano. Senza dimenticare l'ultima perla delle beneamate ferroviedellostato. La sublime cancellazione degli interregionali Milano-Bologna.

 

Ci sono foto, in questa stanza in cui non vivo più. Foto che non riesco a staccare dal muro, sebbene non esprimano più nulla, ai miei occhi. Ma non riesco.

Mi mancano cose impensabili. Dettagli indescrivibili e non afferrabili. Cose assolutamente e mostruosamente insignificanti.

Qualcuno che si sposta, camminando su un marciapiede, e si mette tra me e la strada. Una giacca di velluto a coste, marrone. Perdere il proprio sguardo, fuori dal finestrino di un auto. Una mattina di sole, di metà maggio. Parlare fino alle 5.40 del mattino.

Qualcosa. di. Non riproducibile, di non seriale. Qualcosa incastonato, che va al di là del semplice scorrere ritmato degli anni.

e 

 

Buon 2006 a tutti.

 

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 00:06 | commenti (4)


venerdì, 23 dicembre 2005
 

L'INUTILITA' DELLA SEMPLICITA'

 

Vorrei che nel mio paese ci fosse una cineteca. Un cinema d'essay. Vorrei non dover fare una valigia. Non dire "è tardi, ci si vede tra un po'." non pensare, dopo, di aver perso di vista le parole giuste.

Detesto preparare il borsone di ritorno. Pensare ai saluti. Non trovare le cose, sistemare. Un conto alla rovescia.

 

Detesto partire.

 

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 04:12 | commenti (6)


giovedì, 22 dicembre 2005
 

THERE'S NO NEED TO EXPLAIN

 

"Me and You and Everyone We Know" è la bellezza che si espande nel guardare una ciglia che fluttua nell'acqua. La potenzialità e la difficoltà dell'arte contemporanea. "Me and You and Everyone We Know" non è cinema. Non è un film. È una parete con appese un insieme enigmatico di fotografie. È arte concettuale. È cosa significa quasi-innamorarsi. Sono gli strambi interstizi nell'adolescenza, tra l'infanzia e il mondo degli adulti.

Per cui, se avevate voglia di vedervi un vero film, quei classici film sul quanto sia misterioso e arduo scavare nell'antico mondo delle relazioni interpersonali, beh, allora sospirate e lasciate perdere.

"Me and You and Everyone We Know" è un sopracciglio alzato davanti ad una parete bianca, e ai suoi deliri. Ma soprattutto, poiché la sottoscritta crede nell'immaginifico e potente sodalizio tra musica e immagine, c'è da concludere dicendo che "Me and You and Everyone We Know" è semplicemente una canzone. "Anyway that you want me" rifatta dagli Spiritualized, che emerge, verso il finale del film. Sublime.

Così sublime e perfetta da risvegliare un istantaneo sorriso sopito da ben quattro giorni.

 

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 04:17 | commenti (2)


martedì, 20 dicembre 2005
 

UN WEEKEND ASIMMETRICO E DALLA TEMPISTICA PECCABILE

 

Il bello di certi giorni è che riescono a scorrere senza fiato, a susseguirsi come un vortice. Poi ci sono solo semplicissimi e bianchi mal di testa. Appuntare spille a una giacca, o scrivere post-it, che poi dimentico a casa. Diventare folle per un articolo. Da scrivere. La notte che si dissolve dentro Bologna e un prima, un fazzoletto di giorni prima di lasciare.

Quelle vacanze, quel gap sociale e sociologico che tratteggia con un contorno la massa degli studenti fuorisede.

I gradi di separazione diventano semplicemente chilometri.

La febbre che arriva una domenica notte. Le parole di chi c'era in una casa in montagna. Un weekend. Che non riesco a spiegare.

Solo immagini. Istantanee. di nuovo. Una birra su un bancone, la mia cravatta nera a rombi. Il covo, venerdì sera, e tutte le  persone che ballavano, si muovevano attorno. Non riuscire a confezionare una e sottolineo una frase di senso compiuto. Gli Shout Out Louds. Meravigliosi. "100 degrees" eletta a canzone della settimana. Della mia settimana.

In ogni frazione di secondo. Realizzo che forse tutti abbiamo dei personali gap di disfunzione verso gli altri. Io arrivo in ritardo. Nelle azioni. soprattutto nei pensieri. Nelle parole.

La mia a/umorale dimestichezza nel muovermi a tempo di non musica.

 

Should we make believe you remember me 

From a holiday delayed by a storm?

 

o sbaglio. Completamente. o non capisco. Sono un'estrema congiuntura spaccata nel mezzo. Sono la porta che cigola, il mattino, in una casa in montagna. Sugli appennini. Sono i rumori notturni. Un groviglio di fili arrotolati alla mia caviglia. Cantare canzoni ossessivamente. Mentre ti svegli. Dopo non aver dormito. Fare qualcosa decidendo di non farlo. Non approvarsi. Raccogliere sensata e vaga determinazione, tra la polvere, sotto un divano.

Le parole che forse erano importanti. e a volte vorrei rendere invisibili.

 

Comunque gran concerto degli Shout Out Louds. Fantastico. losing my tongue. and my tie.

 

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 03:44 | commenti (5)


mercoledì, 14 dicembre 2005
 

OGNI TANTO SCELGO LE PAROLE LANCIANDO A CASO IN ARIA LE LETTERE DELLO SCARABEO*

There is an end

 

Stavo ascoltando i Godspeed you! black emperor quando ho visto la giornata di oggi crollare, sul mio viso. Come uno schiaffo.

Vorrei che fosse mattino, andare a correre.

Vedere davanti ai propri occhi la fine di una giornata intera sbriciolarsi, lentamente. Non riuscire a studiare. Cosa succede quando arriva la fine. Le lettere stampate sopra l'iride, quando il fardello scompare. Anche da una porta.

Sarebbe bello tastare ogni secondo che passa, sentirlo come un petalo di rosa tra le dita. O cinque rimedi perfetti. Per confezionare tracklist giuste e per ritrovare la forma perfetta, in una sera.

A volte dopo interminabili secondi che in realtà sono ore ti accorgi che non è nulla.

 

Oggi ho semplicemente sentito la gioia di un'amica diventata dottoressa. In discipline dell'arte, della musica e dello spettacolo.

E chiedermi ora, quanto quelle sudate parole, potranno un giorno dare a tutti noi, popolo di malcapitati, con le quattro lettere** stampate sulla schiena, una realizzazione concreta di futuro. Mi fa sorridere e ridere. E cancellare. Gli errori, ai margini del foglio.

 

 

[*ringrazio per l'arguta osservazione il sig. g.b.r.]

[** d.a.m.s.]

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 03:27 | commenti (4)


venerdì, 09 dicembre 2005
 

BROKEN FLOWERS E IL FREDDO DEL MARTEDì SERA 

 

In realtà Broken Flowers sono esattamente i fiori che si spezzano e si frantumano accanto al divano di Bill Murray. I petali che cadono. crollano. Mentre lui da quello stesso divano guarda la sua vita oscillare dopo una lettera rosa. Questo film è lo sguardo immobile di Murray mentre guarda la tv. Siamo noi che guardiamo. Le immagini, in generale. Le immagini, di solito stra ripiene di informazioni, dettagli note appunti indizi. E qui invece

La rarefazione, la lentezza, ogni scena che si chiude in dissolvenza, come una tendina, come una cornice attorno alla figura di Don.

Può irritare, come è successo a me, osservare il piglio e l'alone da dongiovanni spezzacuori di Don, ché mi ricorda un po' "Lost in Translation" e invece non c'entra nulla. Sono due pianeti, due rarefazioni completamente differenti.

Gli indizi, il rosa. Le risate che emergono sotto un filtro pesantissimo. Ma soprattutto, gli indizi di una struttura che non porta a nulla. Ma Jarmusch è così. Ed è semplicemente geniale che alla fine, dopo il quasi-risolvimento mancato del mistero-figlio, Don rimane solo, in mezzo alla strada, la macchina da presa gira attorno a lui, è il vuoto totale. Lo smarrimento, il punto non è se la ricerca era vera o un pretesto per scompigliare la sua vita; se quello è davvero suo figlio eccetera eccetera. È l'eccentricità di Jarmusch. È che l'auto che dopo qualche secondo passa davanti a lui, e il volto che noi vediamo sgranato, dal finestrino abbassato, beh quello è il figlio di Bill Murray. Homer Murray. Non Don, ma Bill. Se questa non è sagace ironia.

 

l'ironia minimalista degli incontri con il passato. Un minimalismo assurdo che passa per dettagli e incroci di sguardi talmente sottili da passare leggeri ed è normale sentire un film che non scorre, gridare all'assurdo perché non accade nulla. Ma il nulla accade nelle virgole, nelle parentesi, nei silenzi e nelle pause. I sogni che intersecano il viaggio e dai colori sgranati ne fuoriesce evidenziata semplicemente la bellezza eclettica di ciascuna donna incontrata nel viaggio.

 

Perché di solito tendiamo a guardare ciò che riempie il quadro, i colori più forti. E non osserviamo ciò che scorre nel mezzo, nelle intersezioni. E perché quando finisce un film non sempre è giusto capire esattamente cosa è avvenuto, dove si voleva arrivare e perché. Un film può anche essere un viaggio che non termina con lo scorrere dei titoli di coda.

[e dopo il delirio scrittorio, vado a dormire.]

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 04:20 | commenti (6)


martedì, 06 dicembre 2005
 

COSE DI CUI AVEVANO PROMESSO DI PARLARMI

bisogna avere stile anche nei momenti peggiori,

 

l'inverno o quel quasi inverno che mi aspetta ogni volta che butto il naso fuori dalla porta, mi porta una certa freddezza al tunnel carpale e così, non ho più voglia di scrivere. Non è che non si faccia nulla, anzi. Si attraversa mezza città con nelle orecchie note varie. Però si posticipano le cose. E più le cose si accumulano e più.

M'è accaduto, ad esempio, di essere finalmente andata a vedere quel fantastico "Brian di Nazareth" con i Monty Python che chiunque dovrebbe vederlo, almeno e sottolineo almeno una volta, nella vita. Per spaccarsi in due di risate, per assistere, con orecchie incredule, ad una cineteca completamente invasa dal fragore e da corpi piegati e ci potrei giurare. Erano secoli che non ridevo così, al cinema.

Oppure è accaduto di entrare in un'altra sala, in un altro cinema, e vedere il quarto episodio del giovane maghetto. Che fino a pochi mesi fa insultavo blandamente, non comprendendo per nulla quel più o meno sentito trasporto che vedevo, nella gente, e giudicavo folle tutto ciò che ci girava. Attorno fuori e dentro. Invece quest'estate è stato il giro di boa per troppe cose, nella mia vita. Tra le tante, riportabili, c'è la severa e rigida educazione impartitami da due solerti amiche, proprio riguardo al buon Harry e ai suoi amici e alle sue disavventure. Ho colto il necessario e insano bisogno di vero assorbimento diegetico, me lo chiedeva la mia pelle, e ho deciso di appassionarmi. Di buttarmi a capofitto e aspettare con ansia un normale giovedì di novembre. Quando i miei occhi hanno seguito per due ore e quaranta minuti il suddetto maghetto e le mille peripezie e ritenere che, il pacchetto "Harry Potter", sinceramente ha del sublime non sottovalutabile incredibile.

Per una volta non ho detestato l'overdose di effetti speciali. se ti arrendi all'assorbimento diegetico riesci anzi a vedere quanta realtà c'è dietro l'ultima delle tre prove per il super mago dell'anno, e di quanta verità c'è dietro il delineamento di un gruppo di ragazzi che semplicemente stanno crescendo. Ci vuole occhio disincantato e puro, ogni tanto, al cinema.

 

Così, ho viaggiato con un socialismo tascabile perfettamente cinematografico nelle tasche, e inquietudine fra le labbra. Giornate che lasciano emergere tutta la stanchezza di un anno passato, le partenze, i cambiamenti.

Ritrovare qualcuno. Anche in pomeriggi di bruciore allo stomaco, dove non avevi voglia di parlare con nessuno. Quando l'università ti graffia le gambe, mentre il mondo pseudo lavorativo là fuori ti riconosce e ti saluta, forse pensi che le nuvole hanno imboccato sentieri a fondo chiuso o forse semplicemente non è giornata. Mentre sabato notte riflettevo su come la privazione, talvolta, può far flettere, verso l'alto, il sorriso.

Invece aspetto di vedere "Broken Flowers", attendo venerdì quando uscirà il così chiacchierato e piaciuto "Me and You and everyone we know". Aspetterò. Le settimane in biblioteca, scrivere di notte, tacere di giorno, sorridere nel mezzo.

Che arrivi sempre tardi, negli ascolti, è risaputo. Ma odio terribilmente seguire le mode. Fare qualcosa mentre il mio intelletto dissente.

Ho scelto di scivolare, perché dopo le giornate di carta vetrata poi qualcosa scatta. E la pagina si scompone, sopra la coperta, semplicemente da sola.

 

 

sapientemente ed erroneamente blaterato daGogo | 01:38 | commenti (2)